Wednesday, 13 January 2016
Philip
Roth, La macchia umana, Einaudi, 2001
“Ma
quando capita, quando due uomini si trovano d’accordo su questa parte
essenziale dell’essere uomo, senza timore di essere giudicati, svergognati,
invidiati o sorpassati, sicuri che nessuno tradira’ la loro fiducia, il loro
rapporto puo’ essere fortissimo e dare come conseguenza un’inattesa intimita’.”
(pp.31-32)
“C’e’
il desiderio di liberare il bruto, di sfogare quella forza: per mezz’ora, per
due ore, per tutto il tempo che vuole: sentirsi libero di fare la cosa che gli
viene naturale. E’ stato sposato a lungo. Ha avuto dei figli. Era Preside di
facolta’ di un college. Per quarant’anni ha fatto quello che si doveva fare.
Era un uomo indaffarato, e quella cosa naturale che e’ il bruto e’ rimasta
chiusa in una scatola. E ora quella
scatola si e’ aperta. Essere Predide di facolta’, essere un padre, essere un
marito, essere uno studioso, un insegnante, leggere libri, tenere lezioni,
correggere compiti, dare voti… Tutto questo e’ finito. A settantun anni non
sei, naturalmente, il bruto focoso e assatanato che eri a ventisei. Ma i resti
del bruto, i resti della cosa naturale…E’ con i resti che mantiene il contatto.
E la coseguenza e’ che e’ felice, e’ grato di questo contatto. E’ piu’ che
felice: e’ eccitato, ed e’ gia’ legato, profondamente legato a lei, a causa di
questa eccitazione. Non e’ la famiglia a fargli questo effetto: la biologia non
gli serve piu’. Non e’ la famiglia, non e’ la responsabilita’, non e’ il
dovere, non e’ il denaro, non e’ una filosofia condivisa ne’ l’amore per la
letteratura, non sono le profonde discussioni di grandi idee. No, a legarlo a
lei e’ l’eccitazione. Domani gli scoprono un cancro e buonanotte. Ma oggi puo’
provare questo brivido.” (pp.37-38).
“Voglio
dire che, venendo qui, io avevo cambiato deliberatamente I miei rapporti con lo
stimolo sessuale, e non perche` le sue esortazioni ( o, se e` per questo, le
mie erezioni ) fossero state effettivamente indebolite dal tempo, ma perche’
non potevo piu’ sostenere i costi del suo rumoreggiare, non avevo piu` lo
spirito, la forza, la pazienza, l`illusione, l`ironia, l`ardore, l`egoismo,
l`elasticita` - o la durezza, o la furbizia, o la falsita’, la dissimulazione,
la duplicita`, il professionismo
erotico – per affrontare il suo spiegamento di significati ingannevoli e
contraddittori. Di conseguenza potei attutire un po lo choc postoperatorio che
provai di fronte alla prospettiva di uno
stato di impotenza permanente ricordando che l` intervento chirurgico non aveva
fatto altro che obbligarmi ad una rinuncia alla quale mi ero gia’ sottoposto
volontariamente. L`operazione non fece altro che dare definitivo vigore ad una decisione alla
quale ero arrivato da solo, sotto la pressione di un`esperienza di relazioni
amorose durata tutta la vita, ma in un momento di Potenza piena, irrequieta e
vigorosa, quando l`avventurosa coazione maschile a ripetere l`atto
sessuale - a ripeterlo in continuazione
– non era scoraggiata da problemi fisiologici. Fu solo quando Coleman mi parlo`
di se` e della sua Voluptas che tutte le consolanti illusioni sulla serenita`
conquistata grazie a una superiore rassegnazione svanirono, e io persi
totalmente l`equilibrio.” ( pp. 42)
“Dipendeva
dal fatto che l’allenatore di Pitt ignorava che lui era di colore? O dal fatto
che soltanto lui sapeva chi era veramente? Coleman amava i segreti. Che nessuno
sapesse cosa ti passava per la testa; che potevi pensare tutto quello che
volevi senza che nessuno avesse modo di saperlo. Tutti gli altri non facevano
che ciarlare di se stessi. Ma non era li’ la forza, e neppure la soddisfazione.
La forza e la soddisfazione erano nel giocare di rimessa nelle confessioni,
come si boxava di rimessa; e Colemdan
questo lo sapeva senza che qualcuno dovesse dirglielo e senza doverci pensare
lui stesso. Ecco perche’, quando si allenava, amava boxare con l’ombra e
lavorare al sacco: per l’intima segretezza dell’allenamento solitario. Ecco
perche’ amava anche l’atletica leggera, ma il pugilato era ancora meglio. Certi
ragazzi non facevano altro che picchiare, picchiare e picchiare sul sacco.
Coleman no. Coleman pensava, nello stesso modo in cui pensava a scuola o
durante una gara: escludi tutto il resto, non incamerare altro ed immergiti
nella cosa, nella materia, nella competizione, nell’esame: qualunque cosa tu
voglia conoscere a fondo, cerca di diventare quella cosa”. (p.112)
“No
alla tirannia del ‘noi’ e alla prima persona plurale con cui essa si esprime e
a tutto cio’ che il ‘noi’ ti vuole ficcare in testa. Non era per Coleman la
tirannia del ‘noi’ che muore dalla voglia di assimilarti, lo storico ed
inevitabile noi morale coercitivo e
assorbente col suo insidioso E plurimus
unum. Ne’ il ‘loro’ di Woolworth, ne’ il ‘noi’ di
Howard. L’io nudo e crudo invece, con tutta la sua agilita’. Andare alla
scoperta di se stessi: ecco il vero
pugno alla labonza. La singolarita’. La lotta appassionata per la singolarita’.
Il singolo essere umano. La mobile relazione con ogni cosa. Non statica, ma
mobile. Autocoscienza, ma dissimulata.
Cosa c’e’ di altrettanto potente?”
(p.122).
“Mi
chiedo cosa faccia
Dopo
avermi inghiottita tutta intera.
(p.129).
“…
Si’, sono mesi, ormai, che ci penso, di tanto in tanto. Perche’ no? Se ci sono
degli uomini che sono chiusi nel corpo di una donna e delle donne che sono
chiuse nel corpo di un uomo, perche’ non posso essere una cornacchia chiusa in
questo corpo? Si’, e dov’e’ il dottore che mi fara’ quello che fanno per farmi
uscire? Dove vado a farmi fare l’operazione che mi permettera’ di essere quello
che sono? Con chi posso parlare? Dove vado e cosa faccio e come cazzo ne vengo
fuori?
Sono
una cornacchia. Lo so. Lo so! “ (p.188)
“Poi
lo dice ad alta voce. – Sai una cosa? Io ti vedo.
Davvero
? – dice lui – allora adesso comincia l’inferno…….
-
Continua
a ballare………
-
Questo,
questo e’ l’importante, - disse lei. – Se io smettessi di pensarla cosi’…..
…….
-
Tu
sei troppo giovane per me, Coleman. Guardati. Sei solo un ragazzino che s’innamora
della maestra di piano. Ti stai innamorando di me, Coleman, e sei troppo,
troppo giovane per le donne come me. Io ho bisogno di un uomo molto piu’
vecchio. Forse ho bisogno di un uomo che abbia almeno cent’anni. Hai un amico
sulla sedia a rotelle al quale potermi presentare? Le sedie a rotelle vanno
benissimo: posso ballare e spingere allo stesso tempo. Magari hai un fratello
maggiore. Guardati, Coleman. Tu che mi guardi con quegli occhi da scolaretto:
ti prego, ti prego, telefona al tuo amico piu’ vecchio. Io continuero’ a ballare, fallo solo venire al telefono.
Voglio parlare con lui.
E
sa, mentre lo dice, che e’ proprio questo, e il ballo, che lo sta facendo
innamorare di lei. Ed e’ talmente
facile! Ho attirato tanti uomini, tanti cazzoni, I cazzoni mi trovano e vengono
da me, non soltanto gli uomini col cazzo, non quelli che non capiscono, che
sono circa il novanta per cento, ma uomini, ragazzi, quelli maschi veramente,
quelli come Smoky, che capiscono davvero. Ti puoi battere il petto per le cose che
non hai, ma quello io ce l’ho, anche vestita di tutto punto, e alcuni lo sanno:
sanno di che si tratta, ed e’ per questo che mi trovano, ed e’ per questo che
vengono da me, ma questo…questo…questo…e’ come rubare la caramella ad un
bambino. Certo che lui se lo ricorda. Come potrebbe non ricordare? Una volta
assaggiato, te lo ricordi. Dio, dio! Dopo duecessessanta pompini, quattrocento
scopate in piena regola e centosessanta cazzi in culo, comincia l’amore. Ma e’
cosi’ che vanno le cose. Hai mai amato qualcuno, prima di scopare? Quante volte
ho amato, io, dopo la scopata? O e’
proprio questo a rompere il ghiaccio?
-
Vuoi
sapere come mi sento? – gli domanda.
-
Si’.
-
Mi
sento cosi’ bene!
-
Allora
– chiede lui – chi potra’ uscirne vivo?
-
Qui
sono d’accordo con te, mister. Hai ragione, Coleman. Questa storia ci portera’
alla catastrofe. Dentro fino al collo a settantun anni? Stregato da tutto
questo a settantun anni? Uhm. Faremmo meglio a tornare alla cosa nuda e cruda.
-
Continua
a ballare – dice lui, e preme il tasto sul Sony portatile facendo ripartire la
registrazione di The Man I Love.
-
No.
No. Ti prego. Ho una carriera da bidella a cui pensare.
-
Non
fermarti.
-
“Non
fermarti”, - ripete lei. – Ho gia’ sentito queste parole -.In effetti, di rado ho
sentito il verbo “fermarsi” senza che fosse preceduto da una negazione. Non da
parte di un uomo. E nemmeno da parte sua. – ho sempre creduto che “nonfermarsi”
fosse una parola sola, - dice.
-
Lo
e’. Continua a ballare.
-
Allora
non sprecare l’occasione. – dice lei. – Un uomo ed una donna in una stanza.
Nudi. Abbiamo tutto il necessario. Non abbiamo bisogno dell’amore. Non
svalutarti: non mostrarti uno stupido sentimentale. Muori dalla voglia di
farlo, ma non lo fare. Non perdiamo tutto questo. Pensa, Coleman, pensa:
riuscire a mantenere tutto questo.
Non mi hai mai visto ballare in questo
modo, non mi hai mai sentito parlare in questo modo. E’ passato troppo tempo da
quando parlavo in questo modo, tanto che credevo di avere dimenticato come si
fa. Sempre nascosta, per tutto questo tempo. Nessuno mi ha sentito parlare in questo modo. Nei Boschi, qualche
volta, gli sparvieri e le cornacchie, ma per il resto, nessuno……………
Oh, io ti vedo, Coleman. Potrei donarti
per tutta la vita e continuare ad averti. Solo ballando. Non e’ vero? Sbaglio?
Ti piace, Coleman?............
-
Continua
a ballare.
-
Io
ti vedo, Coleman. Ti vedo. Vuoi sapere cosa vedo?
-
Certo.
-
Vuoi
sapere se vedo un vecchio, no? Hai paura che io veda un vecchio e scappi via.
Hai paura che, se vedo tutte le differenze da un giovane, se vedo le cose
cascanti e le cose che non ci sono piu’, mi perdedai. Perche’ sei troppo
vecchio. Sai, invece, cosa vedo?
-
Cosa?
-
Vedo
un ragazzino. Vedo che t’innamori come un ragazzino. E non devi. Non devi. Che
altro vedo, lo sai?
-
Si’.
-
Ora
lo vedo… Vedo un vecchio, si’. Vedo un vecchio moribondo.
-
Dimmi.
-
Hai
perso tutto.
-
Lo
vedi?
-
Si’.
Tutto tranne me, che sto ballando. Vuoi sapere cosa vedo?
-
Cosa?
-
Non
meritavi quelle carte, Coleman. Ecco cosa vedo. Vedo che sei furibondo. Ed e’
cosi’ che andra’ a finire. Con un vecchio furibondo. E non sarebbe dovuto
andare cosi’. Ecco quello che vedo: il tuo furore.. Vedo la rabbia e la
vergogna. Vedo che, da vecchio, tu capisci cos’e’ il tempo. Questo non lo si
capisce fin quasi alla fine. Ma tu ora lo capisci. Ed e’ spaventoso. Perche’
non puoi tornare indietro. Non puoi avere dinuovo vent’anni. Non torneranno piu’. Ed e’ cosi’ che e’ finita. E c’e’ qualcosa di
peggio che morire, c’e’ persino qualcosa di peggio che essere morto, e sono
quei bastardi del cazzo che ti hanno fatto questo. Ti hanno portato via tutto.
In te io vedo questo, Coleman. Lo vedo perche’ e’ una cosa che conosco. Quei
bastardi del cazzo che in un lampo hanno cambiato tutto…….
-
Non
immaginavo che tu avessi seguito questa storia.
Ride, Faunia, la sua facile risata. E
balla, senza idealismi, senza idealizzazioni, senza tutte le utopie
dell’angioletto, con tutto cio’ che sa della realta’, malgrado l`irreversibile
futilita` della sua vita, malgrado tutta la sua durezza e il suo caos, Faunia
balla! E parla ad un uomo come non ha mai parlato prima. Le donne che scopano
come lei non dovrebbero parlare cosi: questo, almeno, e` cio` che amano pensare
gli uomini che non scopano donne come lei. Questo e` cio` che amano pensare le donne che non scopano come lei. Questo
e` cio` che tutti amano pensare: quella stupida di Faunia! Be`, facciano pure. Prego. – Si`, quella
stupida di Faunia ha seguito questa storia, - dice. – Altrimenti, se non si
guardasse, attorno, come fare, quella stupida di Faunia, a sopravvivere?
Diventare quella stupida di Faunia: ecco la la conquista, Coleman; quella
stupida di Faunia sono io al colmo della mia ragionevolezza. Il fatto e’, Coleman,
che ti ho visto ballare. Come lo so? Perche’ sei con me. Perche’ saresti con
me, se tu non fossi cosi’ arrabbiato? E perche’ io sarei con te, se non fossi
cosi’ arrabbiata? Ecco cio’ che favorisce le grandi scopate, Coleman. La rabbia
che demolisce ogni cosa. Non perderla, dunque.
-
Continua
a ballare.
-
Fino
a quando crollero`? – domanda lei.
-
Fino
a quando crollerai, - le dice lui. – Fino all`ultimo respiro.
-
Come
vuoi.
-
Dove
ti ho trovato, Voluptas? – dice lui. –
Come ti ho trovato? Chi sei? – chiede, premendo il tasto che fa ripartire The Man I Love.
-
Sono
tutto quello che vuoi.” ( pp. 251-258).
“
l dolore sparisce con quest’uomo. Basta il su e giu’ della sua voce, mi basta sentirlo, per tranquillizzarmi.” (p.261).
“
Era passato del tempo da quando si era messa a cercare dei sistemi per
abbandonare la razza umana….Era solo che li’ si sentiva a suo agio, con il
serpente, la cornacchia e la lince impagliata, nessuno dei quali voleva insegnarle un bel niente” ( p.263-265). (
il grassetto e’ mio).
“…E’
quello che succede quando crescono in cattivita’ – disse Faunia. Ha passato
tutta la vita con gente come noi, e questo e’ il risultato. La macchia umana
- disse………. Gia’, credo sia proprio
questa la tragedia delle cornacchie tirate su dagli esseri umani – rispose la
ragazza, senza cogliere esattamente il senso della frase di Faunia, ma anche
senza mancarlo del tutto. – Non riconoscono i membri della loro specie. Lui, per esempio, non li riconosce.
Mentre dovrebbe. Si chiama imprinting, - disse la ragazza. – Prince, in
realta’, e’ una cornacchia che non sa cosa vuol dire essere una
cornacchia.” (pp. 266-268).
“Ma
il pericolo dell’odio e’ che, una volta cominciato a coltivarlo, hai cento
volte piu’ di quanto ti aspettassi. Una volta cominciato, non ti fermi piu’.
Non conosco nulla di piu’ difficile da controllare dell’odio. E’ piu’ facile
smettere di bere che smettere di odiare. Ed e’ tutto dire “ (p.360).
“
Cosa penseresti – le chiese – se ti dicessi che io non sono bianco? ( p.373 ).
“Ero
stato invitato a vedere il piccolo universo della Famiglia Silk che Coleman
aveva buttato a mare, come se fosse un peso, per vivere in una sfera
commisurata alla sua scala di valori: per diventare un’altra persona, la
persona che gli andava bene, e forgiarsi il proprio destino lasciandosi
soggiogare da altre cose. Tutto aveva buttato a mare,….Per diventare un nuovo
essere umano. Per biforcarsi… il grande dramma che e’ saltar su e andarsene; e
l’energia e la crudelta’ richieste da questo frenetico impulso” (pp.374-375).
Saturday, 9 January 2016
Friday, 8 January 2016
Meiji-jingumae - stazione 15 Fukutoshin Line – uscita 5.
Devo andare al Tokyo Plaza. Ultimo acquisto prima di Natale. Domani
rientro. Ho visto l’altra settimana dei portafogli interessanti e ne prenderei un paio per M&O.
Esco alla luce. La giornata e’ stupenda. Sole, cielo blu, un venticello
dal nord. Un mare di gente, come sempre.
Mi trovo subito in un mercatino dell’usato, nel senso che le strutture
in ferro con kimono e ogni altro genere di abito giapponese iniziano qui, non
piu’ di due metri fuori dall’uscita della metro. Mi lascio attrarre. Tutti
belli lavati, kimono, giacche e altro di seconda mano, ma poca roba. Sul fondo,
contro il muro, alcuni interessanti vestiti lunghi fino ai piedi, alcuni
ricamati, riccamente ricamati: fiori, uccelli, gru benauguranti, soli nascenti,
paesaggi; altri stampati. Un kimono femminile, tutto ricamato in ricchi gialli
rossi e verdi, pesante. Lo guardo, lo tocco, lo soppeso. Un’americana di
origine asiatica si avvicina e fa lo stesso. E' interessata ( io no, ma l’oggetto
e’ bello), ma il prezzo e’ esorbitante. Vicino, alcuni pastrani attirano la mia
di attenzione. 5-6 pastrani neri lunghi fin sotto al ginocchio, giusto sopra la
caviglia, di quelli ‘di una volta’, col
la mantella a vita. Ho sempre amato le
mantelle, la misteriosita’ della mantella. Nei primi anni settanta era tornata
in auge, o meglio, alcuni avevano ripreso a indossarla. Ricordo il Razzo, completa marrone. Animale notturno, quasi
sempre una sigaretta o similia nella mano destra. Gianni invece ce l’aveva
nera, la mantella. Riproduzione
baudelairiana, rembauiana nei boschi autunnali del bovesano. I colori si
confondono: legno, foglie secche a terra, ricci aperti e castagne da
raccogliere, marroni grossi cosi’, come quelli da fare glasse’. Bicchieri di
vino la sera intorno ad un fuoco. La mantella si confonde, sparisce col tutto.
Colore dentro colore. 50 tonalita’ di
marrone, il colore della terra, tra terra e fuoco.
Non e’ una mantella vera, ma un pastrano con mezza mantella , copiata
dallo stile occidentale del tempo, ma adattata ai costume giapponesi, ed al
clima non cosi’ freddo, senza quindi le maniche, ma uno spazio considerevole
vuoto che rende i movimenti liberi e leggeri. ‘Mobo style’, sembra, vale a dire lo stile dei ‘giovani di sinistra’
degli anni trenta in Giappone, poi vietato dalle autorita’. Un misto di
sinistrismo e dandismo… Insomma, senza sapere tutto cio’, lo prendo. Yen
9995, settanta euro circa, di oggi.
A casa, lo analizzo meglio. Nella tasca interna, un foglio, una fattura della
Tokeo Company, produttrice di orologi. La fattura e’ per Yen 17,45, datata 16
febbraio 1941 ( 16mo anno del periodo Showa -
il periodo dell’Imperatore prima di quello attuale). Insieme alla
fattura, ma non necessariamente collegata, se non per il fatto di essere stata
abbandonata nella stessa tasca nello
stesso momento, un biglietto da visita intestata ad una persona abitante
nell’area Shimura Maeno, Itabashi District, Tokyo.
Usato poco, direi. Le condizioni del pastrano sono ottime. Recuperato e
lavato senza controllare le tasche….L’11 dicembre di quell’anno i japponesi
attaccarono Pearl Harbour. Probabilmente non lo utilizzo’ quell’inverno,
probabilmente era da qualche altra parte.
Tokyo, 8 gennaio 2016
Monday, 4 January 2016
Giorgio Agamben
“ Il fuoco e il racconto”
nottetempo, 2014
Cap. 4: Che cos’e’ l’atto di creazione?
Deleuze non definisce che cosa significhi “resistere” e sembra dare al
termine il significato corrente di opporsi a una forza o a una minaccia
esterna. Nella conversazione sulla parola “resistenza” nell’Abecedario, egli aggiunge, a proposito
dell’opera d’arte, che resitere significa sempre liberare una Potenza di vita
che era stata imprigionata o offesa. …
.. l’atto di creazione ha costitutivamente a che fare con la liberazione
di una Potenza. Penso tuttavia, che la Potenza che l’atto di creazione libera
debba essere una Potenza interna allo stesso atto, come interno a questo deve
essere anche l’atto di resistenza…. Aristotele oppone, e, insieme, lega la
Potenza ( dynamis ) all’atto (energeia)…e’ attraverso questa
opposizione che Aristotele spiega quelli che noi chiamiamo atti di creazione,
che per lui coincidevano piu’ sobriamente con l’esercizio delle technai (arti nel senso piu’ generale
della parola)…. La potenza ( di cui parla Aristotele) non e’ potenza generica…,
ma quella che compete a chi ha gia’ acquisito l’arte o il sapere
corrispondente. Aristotele chiama questo potere hexis, da echo, “avere”:
l’abito, cioe’ il possesso di una capacita’ o abilita’ ( abitudine). Colui
che possiede – o ha l’abito di – una Potenza puo’ tanto metterla in atto che
non metterla in atto . La Potenza – questa e’ la tesi geniale, anche se in
apparenza ovvia, di Aristotele – e’ cioe’ definita essenzialmente dalla
possibilita’ del suo non-esercizio. La potenza e’ una sospensione dell’atto ( in politica, la funzione del provocatore,
che ha il compito di forzare chi ha il potere ad esercitarlo)…. Signoria di una
privazione.
Dal fatto che la potenza sia definita dalla possibilita’ del suo
non-esercizio, egli trae la conseguenza
di una costitutiva coappartenenza di potenza e impotenza. “L’impotenza [adynamia]”, egli scrive {Met. 1046a,
29-32}, “e’una privazione contraria alla potenza [dynamis]. Ogni Potenza e’ impotenza dello stesso e rispetto allo
stesso ( di cui e’ potenza) [tou autou
kai kata to auto pasa dynamis adynamia]”.
Adynamia non significa qui mancanza di potenza, bensi’ potenza-di-non (
passare all’atto), dynamis me energein.
Ogni potenza umana e’, cooriginariamente, impotenza ogni poter-essere o fare
e’, per l’uomo, costitutivamente in rapporto con la propria privazione. …
Se la creazione fosse solo potenza-di-, che non puo’ che trapassare
ciecamente nell’atto, l’arte decadrebbe a esecuzione, che procede con falsa
disinvoltura verso la forma compiuta perche’ ha rimosso la resistenza della potenza-di-non.
Contrariamente ad un equivoco diffuso, la maestria non e’ perfezione formale,
ma proprio al contrario, conservazione della potenza nell’atto, salvazione
dell’imperfezione nella forma perfetta. Nella tela del maestro o nella pagina
del grande scrittore, la resistenza della potenza-di-non si segna nell’opera
come l’intimo manierismo presente in ogni capolavoro…( la mancanza di gusto e’
sempre un non-poter-non-fare).. A imprimere sull’opera il sigillo della
necessita’ e’, dunque, proprio cio’ che poteva non essere o poteva essere
altrimenti: la sua contingenza. Si
tratta qui di quel “tremito leggero, impercettibile” nella stessa immobilita’
della forma che secondo Focillon (
autore, nel 1918, di un lungo testo su Hokusai, nota mia) e’ il contrassegno dello stile classico… Dante:”l’artista
/ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema”….
Decisivo e’ che l’opera risulti sempre da una dialettica fra questi due
principi intimamente congiunti….( slancio e resistenza, ispirazione e
critica…potenza e potenza-di-non…)…
Lo stile di un’opera non dipende solo dall’elemento impersonale, dalla
potenza creativa, ma anche da cio’ che resiste e quasi entra in conflitto con
essa….
Di qui la pertinenza di quelle figure della creazione cosi’ frequenti in
Kafka, in cui il grande artista e’
definito precisamente da una assoluta incapacita’ rispetto alla sua arte. E’,
da una parte, la confessione del grande nuotatore:
“Ammetto di detenere un
record mondiale, ma se mi chiedeste come l’ho conquistato, non saprei
rispondervi in maniera soddisfacente. Perche’, in realta’, io non so nuotare.
Ho sempre voluto imparare, ma non ne ho mai avuto l’occasione”.
Dall’altra, la straordinaria cantante del popolo dei topi, Josephine,
che…”raggiunge effetti che un artista del canto invano cercherebbe presso di
noi e che appunto solo ai suoi mezzi insufficienti sono concessi”. Forse mai
come in queste due figure la concezione corrente dell’arte come un sapere o un
abito e’ stata messa altrettanto radicalmente in questione: Josephine canta con
la sua impotenza di cantare come il nuotatore nuota con la sua impotenza di
nuotare….
La potenza-di-non e’ una resistenza interna alla potenza, che impedisce
che questa si esaurisca semplicemente nell’atto e la spinge a rivolgersi a se
stessa, a farsi potentia potentiae, a
potere la propria impotenza….Cosi’ la grande poesia non dice solo quel che
dice, ma anche il fatto che lo sta dicendo, la potenza e l’impotenza di dirlo….
…nel De anima ( Aristotele) si
ha una potenza che, in quanto puo’ non passare all’atto, resta libera,
inoperosa, e puo’, cosi’, pensare se stessa: qualcosa, cioe’, come una pura
potenza…
E’ questo resto inoperoso di
potenza che rende possibile il pensiero del pensiero, la pittura della
pittura, la poesia della poesia. …
“…oppure si dovra’ dire che per il falegname e il calzolaio vi sono
un’opera e un’attivita’, per l’uomo (come tale) invece nessuna, ma che e’ nato
senz’opera? [ argos, inoperoso]?
Aristotele, Etica Nicomachea ( 1097b,
22ss)….
Vorrei invece
proporvi di prendere sul serio quest’ipotesi e di pensare conseguentemente
l’uomo come il vivente senz’opera.
… La seconda, questa volta nell’ambito delle arti, e’ il singolare
opuscolo di Kazimir Malevic L’inoperosita’ come verita’ effettiva dell’uomo in cui, contro la tradizione
che vede nel lavoro la realizzazione dell’uomo, l’inoperosita’ si afferma come
la “piu’ alta forma di umanita’”, di cui il bianco, ultimo stadio raggiunto dal
Suprematismo in pittura, diventa il simbolo piu’ appropriato. Come tutti I tentativi di pensare
l’inoperosita’ , anche questo testo , come il suo precedente diretto, che e’ l’Elogio della pigrizia di Lafargue, in
quanto definisce l’inoperosita’ soltanto e contrario
rispetto al lavoro, resta imprigionato in una determinazione negativa del
proprio oggetto. Mentre per gli antichi
era il lavoro – il negotium – a
essere definito in negativo rispetto alla vita contemplativa – l’otium ‘, i moderni sembrano incapaci di
concepire la contemplazione, l’inoperosita’ e la festa altrimenti che come
riposo o negazione del lavoro.
Poiche’ noi cerchiamo invece di definire l’inoperosita’ in relazione
alla potenza e all’atto di creazione, va da se’ che non possiamo pensarla come
oziosita’ o inerzia, ma come una prassi o una potenza di un tipo speciale, che
si mantiene costitutivamente in rapporto con la propria inoperosita’. ….
Contemplazione e inoperosita’ sono, in questo senso, gli operatori
metafisici dell’antropogenesi che, liberando il vivente uomo da ogni destino
biologico o sociale e da ogni compito predeterminato, lo rendono disponbibile
per quella particolare assenza di opera che siamo abituati a chiamare
“politica” e “arte”. Politica e arte non sono compiti ne’ semplicemente
“opere”: esse nominano, piuttosto, la dimensione in cui le operazioni
linguistiche e corporee, materiali e immateriali, biologiche e sociali vengono
disattivate e contemplate come tali….
Che cos’e’ infatti la poesia se non un’operazione nel linguaggio, che ne
disattiva e rende inoperose le funzioni communicative e informative, per
aprirle a un nuovo, possibile uso? ( le
Illuminazioni di Rimbaud sono la contemplazione della lingua francese ).
Spinoza ha definito l’essenza di ogni cosa come il desiderio, il conatus di perseverare nel proprio
essere…. Si tratta, ancora una volta, di una resistenza interna al desiderio,
di una inoperosita’ interna all’operazione. Ma soltanto essa conferisce al conatus la sua giustizia e la sua
verita’. In una parola, - e questo e’, almeno per l’arte, l’elemento decisivo –
la sua grazia. ( pp.39-60).
Mio spunto: Dada:” l’arte e’ gap”.
“Il movimento archetipico dell’acqua e’ la spirale. …Il vortice ha la
sua propria ritmica che e’ stata paragonata al movimento dei pianeti intorno al
sole. …E’ un essere a se’ e, tuttavia, non vi e’ una goccia che gli appartenga
in proprio, la sua identita’ e’
assolutamente immateriale. E’ noto che Benjamin ha paragonato l’origine ad
un vortice: ‘L’origine (Ursprung) sta
nel flusso del divenire come un vortice e trascina dentro al proprio ritmo il
materiale della provenienza…’.
Come il mulinello nel corso del fiume, l’origine e’ contemporanea al
divenire dei fenomeni, da cui trae la sua materiale in cui, tuttavia,
dimora in qualche modo autonoma e ferma. E poiche’ essa accompagna il divenire
storico, cercare di capire quest’ultimo significhera’ non riportarlo indietro a
un’origine separate nel tempo, ma confrontarlo e mantenerlo con qualcosa che,
come un vortice, e’ tuttora presente in esso….
La goccia e’ il punto in cui il liquido si separa da se’, va in estasi (
l’acqua cadendo o schizzando si separa all’estremita’ in gocce). Il vortice e’
il punto in cui il liquido si concentra su di se’, gira e va in fondo a se
stesso….ma e’ curioso che la goccia, ricadendo nell’acqua, produca ancora un
vortice, si faccia gorgo e voluta.
Occorre concepire il soggetto non come una sostanza, ma come un vortice
nel flusso dell’essere….ed e’ in questo senso che bisogna concepire il rapporto
fra la sostanza e i suoi modi.
I nomi sono vortici nel divenire storico delle lingue… Nel nome noi non
diciamo piu’ – o non diciamo ancora – nulla, chiamiamo soltanto….E il poeta e’
colui che s’immerge in questo vortice, in cui tutto ridiventa per lui
nome. ( pp.61-66).
Settembre, 2, 2014
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